Rassegna stampa

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Di Stefano Landini
La seconda edizione di RisorsAnziani, dopo lo scorso anno a Pavia, si è svolta quest’anno nello scenario invidiabile di Como, continuando così il suo ‘viaggio’ iniziato al congresso. Lo Spi proseguirà, ogni anno in piazze diverse della nostra regione, con questa iniziativa che tanto successo ha riscosso, dentro e fuori la nostra organizzazione, fin dalla sua prima edizione.
Nelle piazze, tra la gente, dove lo Spi sta a proprio agio, cercando costantemente di farsi carico dei bisogni dei cittadini, non solo per rivendicare, ma per far diventare attualità costante del sindacato verbi come negoziare, mediare, concordare, verificare, attuare. Noi siamo lì ogni mattina nelle nostre sedi, sporcandoci le mani con i problemi delle persone, degli anziani e non solo, per consolidare un rapporto tra i lavoratori, i pensionati e le pensionate, che trovano nella Cgil un sindacato utile.
Lo facciamo quotidianamente nei 1.131 punti in cui lo Spi è presente, una ramificazione territoriale che permette alla Cgil, a quel nostro quadratino rosso, di stare in gran parte dei 1500 comuni lombardi.

Il Festival del dialogo intergenerazionale

Editoriale Stefano Landini Segretario generale Spi Lombardia
La presenza delle categorie, la scelta di assegnare al decentramento una delle priorità non solo organizzative
ma politiche, recentemente riconfermata nella conferenza di organizzazione, l’importanza delle tutele individuali
come luogo in cui le persone possono rendere esigibile un diritto, la nostra negoziazione sociale, l’obiettivo
di estendere e di qualificare ancor più i 430 accordi dello scorso anno (il 40 per cento della negoziazione
nazionale), gli sportelli sociali – felice intuizione di una pratica negoziale non disgiunta dal dare una mano concreta per conoscere e rendere possibile un diritto – sono solo alcune delle attività che rendono ricco e, per moltissime
persone, insostituibile questo nostro grande sindacato. Uscire dalle sedi, farci ulteriormente conoscere,
non dare per scontato ciò che scontato non è, dare il senso di cosa è un grande sindacato confederale che mantiene inalterati i suoi tratti distintivi.
Noi rappresentiamo una parte del Paese, ma lo facciamo senza mai dimenticare gli interessi generali, sta qui la differenza tra il sindacato e una delle troppe lobby o i Cobas. Noi siamo il sindacato di Giuseppe Di Vittorio, di Bruno Trentin e di Luciano Lama.
La Cgil nazionale, a questo proposito, ha dato il via alle celebrazioni per ricordare Lama, partendo
da Lecce nell’ambito delle Giornate del lavoro, con una mostra dal titolo significativo Il sindacalista che parlava al
Paese. A vent’anni dalla scomparsa di Luciano rimane, nella nostra organizzazione e in molti di noi che hanno avuto l’onore di aver percorso un pezzo di strada insieme a lui, l’attualità del suo insegnamento: quella funzione generale
della Cgil, che ci obbliga tutti ad alzare l’asticella del nostro essere sindacato.
È stata quella di Lama una generazione di dirigenti di rara qualità del legno, una generazione formatasi durante e subito dopo la Resistenza, una molteplicità di figure, uomini e donne che, ricordandoli, ci rendono orgogliosi dell’appartenenza alla nostra organizzazione.
Tra i tanti vorrei qui ricordare, lo abbiamo fatto con la presenza di Susanna Camusso a Lecco nella sua città, quel partigiano, quell’operaio diventato segretario generale della Fiom – maestro di sindacato, per molti di noi che sono stati parte della Fiom di Pio Galli. A Pio, lo dirà meglio di me Ivan, lo Spi dedicherà una iniziativa specifica, che terremo a Brescia entro la fine di quest’anno.
Voglio collocare dentro questo solco storico la proposta di legge di iniziativa popolare decisa dal direttivo nazionale della Cgil. Una proposta ambiziosa e impegnativa. Anche lo Spi della Lombardia, come più volte autorevolmente dichiarato da Ivan per tutto lo Spi nazionale, è impegnato nella raccolta delle firme, come atto di coerenza e rispetto verso decisioni che impegnano tutta l’organizzazione. I primi risultati della raccolta delle firma non ci consentono di dormire sugli allori, occorre un’accelerazione, a partire dalle firme nei luoghi di lavoro, come è evidente tema di pertinenza delle rispettive categorie.
L’obiettivo è la legge per cui dobbiamo raccogliere le firme e trovare il consenso sociale e politico
indispensabile. Non dobbiamo invertire, però, l’ordine degli addendi mettendo prima il mezzo rispetto
al fine: ciò rappresenterebbe una pericolosa inversione che cambierebbe il risultato politico.
Un nuovo statuto, una proposta per il nostro Paese, soprattutto una proposta che riannodi un patto
intergenerazionale, tema ineludibile per le prospettive di un grande sindacato confederale.
Come è capitato in altri momenti della storia andiamo controcorrente: mentre c’è un generale
clima da si salvi chi può, mentre c’è chi punta premeditatamente al tutti contro tutti, noi riscommettiamo
sulla ricomposizione sociale. A noi, al sindacato non spetta il compito di autorganizzare
la politica, abbiamo già fallito più volte l’illusione di mettersi in proprio e l’ambizione della supplenza è svanita a causa di una funzione impropria che è poco probabile sul piano politico ma soprattutto non guarda in
faccia al come siamo fatti. Per noi è uno sforzo doppio, infatti non ci è concesso di sguarnire le sedi. Senza lo Spi un tema che si gioca in queste settimane, cito solo quello della campagna fiscale, non permetterebbe alla Cgil di raggiungere quei risultati che ottiene anche nella nostra regione. In questa direzione voglio rilevare come la Cgil, in accordo con lo Spi, abbia deciso di spendere la quasi totalità dei progetti e del fondo di reinsediamento a favore
dell’Inca. Una centralità che non solo soccorre i minori introiti dalla convenzione con lo
Stato ma che assegna positivamente una attenzione al Patronato, luogo insostituibile di proselitismo,
soprattutto per lo Spi. Siamo preoccupati per l’affievolirsi della democrazia, in questa (speriamo) coda di una
lunga e pesante crisi che ha messo a dura prova le condizioni di vita delle persone che noi
rappresentiamo. Una crisi che ha fatto da detonatore di un preoccupante populismo che usa il qualunquismo come scimitarra da brandire contro il nemico di turno, reale o presunto che sia. Guardiamo con preoccupazione quello che accade intorno a noi, come non esserlo in un mo4
Numero 5/7 • Maggio-Luglio 2016
mento storico in cui riaffi orano i nazionalismi,
in cui viene meno il sogno di una Europa dei
popoli? Il voto del referendum nel Regno Unito,
che ha sancito la vittoria di coloro che sostengono
l’uscita dalla comunità europea, è l’ultimo
segnale negativo di questa tendenza.
Certo ha pesato la forte crisi economica, ma a
ben vedere, c’è anche una crisi di identità e di
valori.
In una situazione così esposta alla disgregazione
sociale, il rispetto della rappresentanza collettiva,
non confondendo ruolo e parti del tavolo
in cui si è seduti, diventa anche un pezzo
di merito.
Se non ci si riconosce, si innesta un processo di
sterile rivendicazione di ruoli e, al merito, non
ci si arriva mai o ci si arriva con un clima inquinato
da rincrescimenti e da qualche ripicca
di troppo, un lusso che in una fase così delicata,
sarebbe opportuno lasciare a latere.
Più che spaccare il Paese in due servirebbe un
nuovo patto di cittadinanza, servirebbe un nuovo
compromesso sociale. Per fare questo occorrerebbe
declinare il Paese al plurale, favorendo
il noi a scapito dell’io.
C’è l’urgenza che la politica si riappropri del governo
delle dinamiche sociali, risalendo la china
dello strapotere, ben oltre i confi ni degli Stati,
dei potentati economici. Altrimenti la politica
diventa tecnicismo e si rimane, come è avvenuto
in questi anni, assecondati a parametri
che – eretti come un totem invalicabile – hanno
portato molta parte dell’Europa al rischio di un
lento ma inesorabile deperimento per asfi ssia.
Inutile dire che noi tifi amo per la politica, la
politica come mezzo per cambiare le cose.
Il ‘900 è fi nito e, mediamente, possiamo dire
che non ci sentiamo troppo bene. Inoltre i primi
anni di questo nuovo secolo ci caricano ulteriormente
di scenari inediti e di un groviglio
di incertezze.
Forse la cosa più diffi cile è fare il regista di un
fi lm sul futuro. Si rischia di produrre in breve
tempo una pellicola obsoleta, perché in questi
5
anni la realtà ha soverchiato anche le più fervide
fantasie.
Il fattore tempo scandisce cambiamenti repentini
senza darci il tempo per la comprensione
delle puntate precedenti.
La rete e la rivoluzione digitale sono state i moltiplicatori
di un cambiamento che ci obbliga,
per quelli che hanno la nostra carta di identità,
a una rialfabetizzazione.
Pensiamo a Facebook: 1,3 miliardi di iscritti,
dodici miliardi di messaggi al giorno, che fanno
un utile trimestrale di 1,3 miliardi di dollari
che vanno nelle tasche di quel giovanotto che
lo ha inventato.
Ecco allora il tema del rapporto tra generazioni
diverse, tra i nativi digitali, tecnologicamente
parlando, e gli altri che hanno la nostra carta
di identità.
Un patto intergenerazionale, che affronti lo
sconvolgimento di una intera architettura sociale
e con essa il tema di nuovi strumenti e
modalità per la rappresentanza, che ci interrogano
sui cambiamenti che ha subito il lavoro.
Il lavoro del terzo millennio ad alta intensità
tecnologica e con una continua richiesta di
innovazione.
Un lavoro che non genera, come un automatismo,
legami collettivi, il lavoro che spesso non
c’è e, quando c’è, soffre dell’instabilità, della
precarizzazione, un lavoro che non è più veicolo
di socializzazione di massa.
Questo dato di fatto modifica alla radice i tratti
e i contenuti anche del nostro mestiere.
Un lavoro frantumato e atomizzato rispetto al
passato. Dove prima c’erano interessi generali e
visioni del mondo, c’è ora un pulviscolo di singolarità
che chiedono ognuna, riconoscimento,
visibilità, e a volte saltano la rappresentanza
collettiva, cercando, mediaticamente, un rapporto
diretto con il leader di turno.
Se non vogliamo raccontarci una fotografia illusoria
con questo dobbiamo fare i conti e con
questo misurarci.
Ecco il nostro interesse per un Festival del dialogo
intergenerazionale, che non a caso è il sottotitolo
di RisorsAnziani.
Ci fa piacere registrare una sintonia con il nostro
segretario generale, Ivan Pedretti.
Ivan, nella dichiarazione programmatica che
ha illustrato al direttivo dello Spi in occasione
della sua elezione, ha usato il termine innovare
come filo conduttore della sua proposta
programmatica.
Ogni tanto qualcuno, fuori della Cgil, e purtroppo
in qualche caso anche dentro la Cgil, accosta
a Spi il significato di vecchi, di conservazione, di
fuori dal tempo. Quando si dice alla Cgil: “siete
un sindacato con più della metà di iscritti pensionati”,
lo si fa spesso in modo denigratorio.
Forse costoro vorrebbero stabilire un tempo oltre
il quale buttarci giù da una rupe. Tranquilli! È
una opinione che tutti cambiano man mano che
ognuno subisce su di sé il passaggio delle primavere,
se ci arriva. E anche gli ultras del giovanilismo,
quando entrano in servizio permanente
effettivo nelle nostre età, come minimo si abbandonano
a frasi un po’ commiserative ma tanto realistiche,
tipo: “la vecchiaia è meglio di niente”.
Per i critici interni alla Cgil non riserbo commenti,
me la caverei con la statistica.
Sarebbe troppo bello esserne immuni. Di contro
noi pensiamo che con l’innovazione ci vogliamo
misurare, come ci sollecita Ivan e come
ha ribadito con forza giovedì scorso in quella
bella piazza di Roma (il riferimento è alla manifestazione
del 19 maggio, ndr).
Giocando il ruolo che un sindacato deve avere,
che è quello di condizionare i cambiamenti,
soprattutto evitando che si inverta la direzione
di marcia, investendo quelli che noi
rappresentiamo.